Nei luoghi di lavoro la parola d’ordine è “inclusion”: Simonetta Iarlori racconta l’impegno e i progressi di Leonardo

17 giugno 2021

Un intervento normativo per agevolare l’inclusione femminile nelle aziende attraverso specifici investimenti da parte delle imprese. È la proposta avanzata dal Chief People, Organization and Transformation Officer di Leonardo, Simonetta Iarlori, in occasione del primo ‘open event’ digitale sulla diversità di genere in Italia “The future women (and men) want”, organizzato da Women at Bain – Bain & Company. “Una normativa adeguata – ha spiegato Iarlori - potrebbe aiutare tantissimo le aziende ad investire in maniera più appropriata sulla diversity e l’inclusion”. Leonardo, dove la presenza maschile tra i dipendenti è storicamente maggiore di quella femminile in linea con il settore di appartenenza - l’industria dell’Aerospazio, Difesa e Sicurezza - è fortemente impegnata su questo fronte. E sta peraltro registrando importanti segnali di cambiamento: “negli ultimi anni c'è stata un'inversione di tendenza. Il divario non è certamente stato colmato, ma la crescita della presenza femminile all'interno della nostra industria – come ha sottolineato la Chief People, Organization and Transformation Officer di Leonardo - è stata significativa l'anno scorso. Nel 2020, infatti, abbiamo assunto in Italia 3.200 persone, il 23% delle quali sono donne. Già oltre 3.000 persone assunte è un numero socialmente importante, ma ancor più rilevante è il fatto che il 23% siano assunzioni al femminile. Una percentuale ancora limitata ma che sta crescendo – ha osservato Iarlori - anche grazie alla formazione interna”.

Lo strumento individuato, la formazione appunto, si basa su un assunto: come ha chiarito Iarlori, “i programmi che promuoviamo in Leonardo non sono ispirati alla parola ‘diversity’ quanto, piuttosto, alla parola inclusione, perché ritengo che in questo periodo molto ‘social’ e ‘digitale’ ci sia un esasperato individualismo e che il mondo abbia, invece, bisogno di una maggiore collaborazione e di un senso sociale più alto”. Per questo in Leonardo, ha proseguito la Chief People, Organization and Transformation Officer, vengono adottati “molti programmi di formazione, allo scopo di includere tutte le persone e diminuire ogni forma di diversità, inclusa quella di genere”. In definitiva, “la nostra preoccupazione principale è l’engagement delle persone nell’ambiente lavorativo”. Non a caso “i nostri manager seguono tantissimi corsi di formazione anche a distanza per imparare a coinvolgere i collaboratori nei processi aziendali, in particolare le donne, ma non solo”. La parola-chiave, insomma, è ‘care’, interessarsi, prestare attenzione. Un fronte sul quale è proprio la componente femminile a spiccare su quella maschile: “le donne – come ha ricordato Iarlori - hanno un senso innato del prendersi cura delle persone” e non è, quindi, casuale che “molte donne siano salite nelle posizioni manageriali, probabilmente proprio perché oggi questo aspetto conta molto di più”.

L’anno del Covid-19, il 2020, è stato un importante banco di prova: “la pandemia ha segnato decisamente il destino delle donne in negativo, perché è evidente che sono state più sotto pressione quando tutti eravamo forzatamente a casa. Anche per gli uomini è stato difficile, ma certamente lo è stato di più per le donne con la DAD e i figli. Noi – ha aggiunto Iarlori - abbiamo attivato tutti gli strumenti per poter lavorare a distanza e seguito tutte le indicazioni emerse dai vari decreti per mettere a disposizione dei colleghi ogni forma di supporto possibile, quali l’elasticità negli orari, in maniera tale da permettere alle donne di partecipare alla vita lavorativa e di non essere relegate solo ad un ruolo casalingo”. E, sempre nel 2020, “quando, è stato possibile organizzare e disciplinare la presenza in azienda, abbiamo fatto engagement sui nostri manager per assicurare una presenza equilibrata e favorire la rotazione e l’integrazione di tutti, soprattutto le donne”.

Secondo uno studio di Bain sulla diversity nei luoghi di lavoro presentato in occasione dell’evento “The future women (and men) want”, la parità di genere nel mondo del lavoro, in Italia, resta un obiettivo ancora lontano. Con un danno evidente dal punto di vista sociale ed economico. Si calcola, infatti, che la partecipazione delle donne al mondo del lavoro abbia un potenziale per il Paese compreso tra 50 e 150 miliardi di euro in termini di PIL. Nel nostro Paese, in base all’indagine - realizzata intervistando le prime linee di oltre 40 aziende che impiegano in totale più di 350.000 dipendenti solo in Italia - le opportunità di carriera e stipendio per le donne restano inferiori rispetto a quelle degli uomini: all’interno di società quotate, in media solamente un CEO su dieci è donna. In politica la situazione non è molto differente: le donne ministro e le parlamentari sono solo tre su dieci. Nelle aziende esaminate, gli occupati sono per il 65% uomini e per il restante 35% donne. Il pay gap medio in Italia nel settore privato è del 21%, tra i valori più alti d’Europa. Un numero che cresce ulteriormente all’avanzare del percorso di carriera.
 

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